Jannis Kounellis, lo spazio prende forma

J. Kounellis (1936-2017)

Nel 1956 Jannis Kounellis lasciò la natia Grecia per frequentare l’Accademia di Belle Arti di Roma, la sua città di elezione, dove ieri, 16 Febbraio 2017, è spirato all’età di ottant’anni. Kounellis assunse un ruolo fondamentale nell’affermazione dell’Arte Povera, movimento nato in Italia negli anni ’60 che rifiuta l’uso di mezzi espressivi tradizionali, come la pittura e la scultura, per ricorrere a materiali naturali, inerti o organici, oppure industriali, ‘poveri’ appunto, spesso proposti in installazioni strettamente legate agli ambienti in cui sono allestiti.

Al suo esordio artistico espose teli con cifre, lettere e numeri scritti a smalto nero (Senza titolo, Roma, galleria La Tartaruga, 1960), tecnica che contribuiva ad esaltare lo stato essenziale di quei segni. Le sue opere si allontanarono presto dal supporto bidimensionale per distribuirsi nello spazio esplorandolo, ‘formalizzandolo’, concependo artisticamente una nuova ‘spazialità’. La consacrazione internazionale per Kounellis giunse negli anni ’70, grazie anche alla sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia (1972). Nel 1969 l’artista realizzò una singolare opera destinata a segnare la storia dell’arte disponendo 12 cavalli vivi lungo il perimetro interno della galleria L’Attico di Roma (Senza titolo). Vent’anni presentò la discussa installazione di quarti di bue appesi a dei ganci e rischiarati dalle fiammelle di lampade ad olio (Barcellona, Espai Poublenou, 1989).

Nel 2001 gli fu dedicata una retrospettiva al Museo Pecci di Prato (dove ancora oggi sono conservate sue opere) che ripercorreva il vocabolario formale dell’artista, fatto di pietre, carboni, sacchi di juta, lamiere, ferro, legno, tessuti, e altri materiali. Nel 2004 Kounellis fu incluso nella rosa di artisti contemporanei chiamati a confrontarsi con il David e i Prigioni di Michelangelo (Firenze, Galleria dell’Accademia) all’interno della mostra intitolata Forme per il David: contributo sulla crisi della forma.

Tra i marmi michelangioleschi, Kounellis inserì la sua opera Senza titolo, un ‘labirinto’ di carbone e una macchia di catrame su un foglio bianco. La mostra induceva il pubblico a riflettere riguardo alla constatazione della discontinuità e all’interrogativo sulla continuità. Nella presentazione del catalogo, Antonio Paolucci, nell’esprimere il diverso sistema simbolico di riferimento tra arte di oggi e arte del passato, scrive “constatata la discontinuità, esiste una continuità (e se sì di che tipo) fra la cultura del passato di cui il Museo è la vetrina e l’archivio e la cultura di oggi? In altre parole, può (e se sì come) un uomo o una donna di oggi ‘capire’ Michelangelo e “capire” anche Kounellis (…) ?

Nella mia formazione, le opere di Burri e di Fontana hanno avuto un ruolo primordiale, ma anche l’opera di molti altri artisti di quella generazione che trovarono nella materia una via di ricerca.” (J. Kounellis)

Quando dico di guadagnare lo spazio intendo che è uno spazio inventato per mettere questo tipo di visione. Perché lo spazio? Perché non un quadro? Perché la carboneria? Perché non è una scultura e quello che sto facendo non è una pittura, ma io sono un pittore: sono un visionario, ma non dipingo. Vorrei guadagnare la visione, cioè ciò che all’inizio era il quadro. È la visione il mestiere del pittore, la pittura è un fatto tecnico.” (J. Kounellis)

Mi si dà uno spazio, e la spazio funziona dal momento in cui creo una problematica, un dibattito.” (J. Kounellis)

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Jannis Kounellis si racconta a Rai Arte